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L'intervento del Presidente Meloni al XIX Congresso della UIL

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Buonasera a tutti, e grazie di questo invito. 

Grazie a tutta la Segreteria Confederale della UIL, e grazie in particolare al Segretario Generale Pierpaolo Bombardieri, al quale faccio i miei complimenti per una relazione corposa, articolata, ricca di spunti, raccontata con la passione e la tempra di chi crede in ciò che dice e si batte per tramutarlo in realtà. Aggiungo che è stata anche una bella prova di resistenza fisica, atteso che ha parlato per oltre un’ora. Fidatevi, se vi dico che non è da tutti.  

Saluto i Ministri, le Autorità, i rappresentanti delle organizzazioni sindacali e delle categorie economiche e produttive presenti in sala, ma soprattutto saluto, e ringrazio, tutti i delegati che sono qui oggi, la spina dorsale di questo diciannovesimo Congresso dell’Unione Italiana del Lavoro. 

So bene che cosa significhi essere delegati ad un congresso, e posso immaginare l’emozione e la responsabilità che avvertite. Perché ognuno di voi, qui, oggi, non rappresenta sé stesso. Rappresenta migliaia di persone, e porta sulle proprie spalle le loro aspettative e le loro istanze. Le vostre scelte contribuiranno a determinare il futuro di molti, delle realtà nelle quali lavorate e dei territori nelle quali quelle realtà operano. 

Per questo sono d’accordo con il segretario Bombardieri quando dice che questo congresso è un grande esercizio di democrazia e di partecipazione. Sono d’accordo ed è, anche per questo, un evento che non può lasciare indifferente chi ricopre incarichi istituzionali, e particolarmente chi come me – avendo alle spalle una lunga storia di militanza politica – conosce il valore profondo, per la qualità della nostra democrazia, di quello che state facendo qui oggi. 

Anche per questo ho accettato l’invito della UIL, come ho fatto in questi anni con la CGIL e la CISL. Credo di essere l’unico Presidente del Consiglio dei Ministri ad aver partecipato, nel corso del suo mandato, ai congressi di tutte e tre le principali organizzazioni sindacali. E penso che anche questo dica quanto il confronto con le parti sociali sia una cifra del lavoro e delle attività, delle convinzioni di questo Governo.

È un approccio che abbiamo cercato di dimostrare in molte occasioni, fin dal nostro insediamento. Alcune non sono state comprese, ma lo abbiamo fatto con convinzione. Crediamo che nessuno di noi possa avere, da solo, le risposte a ogni domanda, e che sia la capacità di ascoltare a fare la differenza. Soprattutto quando l’interlocutore che hai davanti non è accondiscendente o remissivo, ma neanche antepone il pregiudizio ideologico al merito delle questioni, che è pronto a valutare con onestà intellettuale. Quel tipo di interlocutore è particolarmente prezioso, e Pierpaolo Bombardieri, la UIL, hanno rappresentato in questi anni per noi esattamente quel tipo di interlocutore. 

Abbiamo messo sul tavolo le nostre proposte: a volte erano convergenti, altre volte no. Ma siamo sempre entrati nel merito, con una franchezza che non è mai venuta meno. E io penso che, proprio grazie a quella franchezza, il nostro dibattito abbia sempre prodotto dei risultati positivi, per la Nazione e per i lavoratori. 

Dunque, sono qui anche per dire grazie, alla UIL, per aver saputo interpretare il confronto tra Governo e parti sociali nella sua accezione più nobile e alta. 

Dopodiché, provo a entrare nel merito di alcuni dei temi che il Segretario Generale ha sviluppato con la sua relazione. 

Partiamo dal salario. Il Segretario Bombardieri ha definito una vittoria della UIL la scelta di far corrispondere il salario giusto al trattamento economico complessivo sancito dai contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative. Sicuramente era anche una rivendicazione della UIL, sicuramente è una vittoria dei lavoratori italiani, credo che sia stata una vittoria della Nazione nel suo complesso. 

Con il Decreto Lavoro, che pochi giorni fa il Parlamento ha convertito in legge, abbiamo fissato nero su bianco un principio che in Italia non era mai stato riconosciuto: la contrattazione collettiva – cioè la contrattazione di qualità – è lo strumento più efficace che abbiamo a disposizione per far crescere le tutele, difendere i diritti, rafforzare le retribuzioni dei lavoratori. Ed è una scelta di campo: per la prima volta, lo Stato afferma che la dignità di uno stipendio passa dalla qualità del contratto, e non semplicemente da una cifra stabilita a tavolino magari calata dall’alto, da parte dello Stato stesso.

L’Italia vanta un tasso di copertura della contrattazione collettiva tra i più elevati in Europa. Un sistema che ha storicamente rappresentato un presidio per i nostri lavoratori e per i loro diritti. Chiaramente, come tutti i meccanismi, anche questo ha le sue fragilità, ma occorre intervenire per correggere quelle fragilità, non svilire – o addirittura demolire – il lavoro di decenni e la nostra straordinaria tradizione. Per sostituirla, peraltro, con un sistema - quello basato sul salario minimo - che rischia di sottrarre tutele ai lavoratori, invece di aggiungerne. Perché questa è la verità dei fatti, al netto della facile propaganda. Dove questo sistema è stato sperimentato, come è accaduto ad esempio in Puglia, il salario minimo ha ridotto le retribuzioni, rivisto al ribasso le tutele, sottratto diritti. 

Lo avevamo previsto. Avevamo denunciato il rischio che il salario minimo orario diventasse un parametro sostitutivo, non aggiuntivo, e che la sua applicazione peggiorasse – invece di migliorare – la condizione di moltissimi lavoratori. 

E’ esattamente per questo che abbiamo scelto un’altra strada. Non perché non vogliamo migliorare la condizione dei lavoratori, ma proprio perché vogliamo migliorarla. Così, abbiamo deciso di valorizzare la contrattazione di qualità, ancorando il salario giusto ad un contratto equo.

Questo è il principio che abbiamo codificato nel Decreto Lavoro e che voi, insieme a CGIL e CISL, avete messo nero su bianco nella piattaforma unitaria che avete sottoscritto pochi giorni fa, punto di partenza del negoziato per l’accordo con le organizzazioni datoriali sulla qualità del lavoro e sulla rappresentanza.  E io sono orgogliosa di aver contribuito, come Governo, a riavviare un percorso di confronto tra le parti sociali che per troppi anni era rimasto bloccato.

È un cammino che vogliamo continuare a sostenere convintamente, con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione: abbiamo scelto di non attuare la delega sulla rappresentanza, per tutelare la vostra autonomia e indipendenza, e siamo pronti a ragionare sulle modalità più idonee per dare dignità e riconoscimento alla futura intesa. Possiamo centrare un traguardo storico per ridisegnare le relazioni sindacali e industriali, e dobbiamo mettercela tutta per raggiungerlo.

E, poi, il tema della condizionalità degli incentivi occupazionali, questione anche questa richiamata dal Segretario Bombardieri. Per anni, in Italia, lo Stato ha distribuito soldi a pioggia. A tutti, anche a chi delocalizzava o non rispettava le regole sulla sicurezza. Noi, banalmente, abbiamo detto basta, perché i soldi che lo Stato distribuisce non sono soldi suoi, sono soldi che raccoglie dalle tasse e dai sacrifici dei lavoratori di questa Nazione, e vanno spesi con equità, con responsabilità, e con l’obiettivo, di migliorare la condizione della vita delle persone. Nel mercato del lavoro significa che quelle risorse devono essere destinate solo a chi applica contratti giusti e rispetta i diritti dei lavoratori. 

E tutto questo ci consente anche di combattere quei contratti pirata che, nella migliore delle ipotesi, applicano condizioni sfavorevoli, quando non addirittura umilianti. È una vittoria, anche questa, che considero di tutti. Dello Stato, dei lavoratori, delle imprese, dei datori di lavoro che fanno il proprio mestiere rispettando la legge e che sono loro stessi vittime del dumping contrattuale e salariale.

Principi di buon senso, che tuttavia siamo stati i primi ad introdurre, e che hanno l’ambizione di rendere il nostro mercato del lavoro, oltre che più dinamico – come dicono i dati registrati in questi anni stanno mostrando - anche più giusto.

E io voglio ringraziare, sinceramente, il Segretario Bombardieri per aver riconosciuto l’impegno e il lavoro del Governo in questo senso. Non lo considero affatto scontato.

In questi anni ci siamo dedicati moltissimo all’obiettivo di far crescere i salari e difendere il potere d’acquisto dei cittadini. Sono molte le iniziative che abbiamo avviato in questo senso, non le citerò tutte, ma che agiscono principalmente su due fronti.

Il primo fronte è stato il taglio delle tasse sul lavoro. Con diversi provvedimenti, abbiamo aumentato il netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi. Oggi un lavoratore dipendente con uno stipendio intorno ai 26 mila euro annui può avere in busta paga tra i 1.500 e i 2.400 euro in più all’anno rispetto al passato. Tenendo conto solamente del taglio del cuneo fiscale, della riforma dell’Irpef, ogni anno lo Stato rinuncia a circa 21 miliardi di euro, di soldi che non incassa e che rimangono nelle tasche dei lavoratori, e che ne aumentano il potere d’acquisto.

Abbiamo incentivato il welfare aziendale, perché sappiamo quanto una buona retribuzione non sia determinata solo dal salario in senso stretto. Abbiamo, di fatto, azzerato l’aliquota sui premi di produttività, portandola all’1% e alzando la soglia a 5 mila euro. Una misura che sta dando i frutti che avevamo sperato, con un aumento sia dei contratti aziendali depositati, sia del valore economico medio del beneficio per i dipendenti delle aziende che li hanno sottoscritti.

Secondo gli ultimi dati di giugno 2026, infatti, i contratti depositati e attivi sono oltre 13.600, con una crescita di oltre 1300 contratti in uno solo mese. E il premio medio annuo riconosciuto agli oltre 3,8 milioni di lavoratori coperti da un contratto di produttività supera i 1.800 euro, circa 300 in più rispetto a dicembre 2022.

Il secondo fronte riguarda il rinnovo dei contratti.

Nel pubblico impiego abbiamo stanziato oltre 20 miliardi fino al 2027, in meno di 4 anni abbiamo già chiuso 48 tra accordi e contratti e in alcuni comparti siamo riusciti a siglare persino tre tornate di rinnovi. Come è accaduto ad esempio nel mondo della scuola, dove un insegnante ha potuto ricevere mediamente in busta paga 412 euro al mese in più, insieme agli arretrati. 

Ma abbiamo deciso di sostenere anche i rinnovi dei contratti nel settore privato, con la detassazione al 5% degli aumenti contrattuali. Provvedimento che era, anch’esso, richiesto da molto tempo dalla Uil, dalle parti sociali, perché rafforza il legame tra produttività e salario e contribuisce a dare centralità alla contrattazione collettiva. 

Un provvedimento efficace, e a cui vogliamo dare continuità e stabilità. Ne ho già parlato con il Ministro Calderone, ma anche con chi tiene i cordoni della borsa, il sempre ottimista Ministro Giorgetti, e voglio quindi dire al Segretario Bombardieri che il Governo raccoglie l’istanza che è vostra e non solamente vostra, e di garantire che questa misura possa essere confermata anche nella prossima legge di bilancio. 

“Mediante il lavoro”, ha scritto Papa Giovanni Paolo II, “l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma realizza sé stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, diventa più uomo”. 

Abbiamo cercato di trasformare quei principi in mattoni, in fatti concreti, in provvedimenti e risposte.

L’abbiamo fatto insieme: abbiamo incentivato le assunzioni, sostenuto chi crea ricchezza e assume in Italia, focalizzato la nostra attenzione sulle donne e sui giovani. E i dati ci restituiscono uno scenario particolarmente incoraggiante, con il livello più alto di sempre del tasso di occupazione e il minimo storico del tasso di disoccupazione, sia generale che giovanile. 

E crescono i contratti a tempo indeterminato - un milione e duecentomila in più dall’inizio della legislatura - e diminuiscono quelli precari. E considero questo un dato di straordinaria importanza, forse uno di quelli che mi rendono più orgogliosa. 

Perché su questo, caro Segretario, io la penso esattamente come voi: la precarietà non è flessibilità. La precarietà è la vita che non puoi programmare. È il ragazzo a cui la banca non concede il mutuo, a cui il proprietario non affitta la casa, perché un contratto stabile non ce l’ha, perché non viene considerato un lavoratore a tutti gli effetti. Avete definito quel ragazzo un fantasma, ed è un’immagine che mi ha colpito molto, perché è vera. Una metafora ben centrata. E allora il nostro compito, il vostro e il nostro insieme, è ridare un volto, un nome e un futuro a quei “fantasmi”. 

Anche su questo, abbiamo tentato di offrire delle risposte. Certamente non risolutive, perché sappiamo quanto il fenomeno sia complesso, ma che tratteggiano una visione diversa.

Penso al Piano Casa, al quale anche voi avete dato il vostro contributo, importante e apprezzato. Ci siamo voluti occupare non solo di rimettere a disposizione delle famiglie più fragili circa 60 mila case popolari che esistono ma non si possono assegnare perché non sono a norma, ma anche di quella “zona grigia” fatta di tantissimi italiani - giovani coppie, studenti, lavoratori fuori sede, famiglie monoreddito, persone con disabilità, ecc. -, cioè gente che lavora, si impegna, paga le tasse, contribuisce al benessere della Nazione, che è troppo “ricca” per accedere alle case popolari e contemporaneamente troppo “povera” per poter far fronte alle richieste sempre più alte del mercato immobiliare. Ecco, io penso che uno Stato giusto non debba lasciare queste persone nel limbo, non debba trattarli da “fantasmi”. Il Piano Casa nasce esattamente con questo obiettivo. Partendo dalla dimora, il luogo che ti fa sentire al sicuro, che ti consente di condividere, di progettare, di avere dei punti di riferimento. E che rappresenta il frutto dei tuoi sacrifici e dei tuoi traguardi.  Un punto di arrivo, ma allo stesso tempo, anche un punto di partenza.

Ma voglio affrontare anche il tema che pesa più di ogni altro.

Il Segretario Bombardieri ha aperto la sua relazione con una domanda che fa tremare i polsi: di quale dignità parliamo, se ancora oggi più di mille persone all’anno non tornano a casa dal lavoro? 

Oltre mille l’anno, sono le volte che siamo stati sconfitti, tutti. Persone, famiglie, storie interrotte che non possono, e non devono essere dimenticate. E voglio rivolgere, qui, un pensiero di commossa riconoscenza, anche per il suo bel caldo abbraccio, a chi ha trasformato un dolore inimmaginabile – come la perdita di una figlia – in un impegno per tutti. Mi riferisco in questo caso a Emma, la mamma di Luana D’Orazio. Tutti noi la consideriamo una mamma straordinaria, una persona straordinaria, che della memoria di sua figlia ha fatto una battaglia che ci riguarda, ci coinvolge, ci mobilita uno a uno. E che ha ispirato anche una proposta che la UIL ha avanzato e che il Governo ha fatto propria: l’istituzione delle borse di studio per accompagnare ragazzi e bambini che hanno perso i loro genitori sul posto di lavoro durante il percorso di studi, dalla scuola primaria all’università. Le borse sono già operative e possono contare su un investimento strutturale da 26 milioni di euro l’anno. Sarà una goccia nel mare, Emma però non sarebbe stato possibile senza di te, senza il tuo coraggio, senza la tua forza, senza i tuoi splendidi occhi che ci insegnano quanto non basta non dimenticare, bisogna costruire per impedire che accada di nuovo. Non tutti avrebbero avuto la stessa forza, non tutti l’hanno avuta, noi tutti ti siamo riconoscenti. 

Ma alla famiglia D’Orazio e a ogni famiglia colpita da queste tragedie voglio dire che sono convinta che sia su priorità come questa che si misura la civiltà di una Nazione e quanto un popolo abbia a cuore il proprio presente e il proprio futuro.

Abbiamo cercato di fare la nostra parte anche su questo. Abbiamo aumentato le risorse e gli ispettori, non sono mai sufficienti ma abbiamo fatto uno sforzo importante da questo punto di vista. E oggi lo Stato è dentro i luoghi di lavoro come non si vedeva da tempo: solo nel 2024 gli accessi ispettivi congiunti dell’Ispettorato, dell’INPS, dell’INAIL e dell’Arma dei Carabinieri hanno superato quota 158 mila. E se in quasi due ispezioni su tre salta fuori un’irregolarità, vuol dire che quei controlli non si fanno a caso: vanno esattamente dove c’è bisogno.

Chiaramente non può bastarci sapere che nonostante ci siano oggi più persone che lavorano rispetto al 2022, diminuiscono gli incidenti mortali, perché saremo sconfitti fino a quando anche una sola persona perderà la vita nel tentativo di guadagnare quello che gli serve per vivere. Ma i numeri ci servono solamente a capire se la strada intrapresa è quella giusta. E quei numeri ci dicono che la prevenzione, i controlli, la formazione su cui abbiamo investito cominciano a funzionare. E quindi a maggior ragione non dobbiamo abbassare la guardia. Dobbiamo invece insistere, e rilanciare. Perché la sicurezza sul lavoro è un “diritto inalienabile”, come ha ricordato anche il Presidente Mattarella: è una questione di civiltà che si affronta e si vince nei cantieri come nelle scuole, nei controlli, nel rispetto delle regole.

Su questo punto, non voglio eludere gli spunti del Segretario Bombardieri, a partire dalla questione della patente a punti. Su questo non abbiamo le stesse idee. La patente a punti è un meccanismo che, come sapete bene, era stato previsto dal decreto legislativo 81 del 2008, poi rimasto sulla carta. Inattuato. Questo governo lo ha finalmente reso operativo, partendo dall’edilizia, il settore dove ce n’era più bisogno. Con il decreto-legge 159 del 2025 abbiamo previsto di estenderla ad altri settori. Ci stiamo lavorando, perché va fatto con precisione ed equilibrio. Così come, sempre con quel provvedimento, abbiamo introdotto il badge di cantiere, che è già partito nei cantieri del Centro Italia legati alla ricostruzione post-terremoto. Se nell’attuazione c’è qualcosa da migliorare, il Governo è pronto a discuterne, come abbiamo fatto finora, ma siamo convinti che lo strumento vada potenziato, e per farlo contiamo anche sul vostro aiuto e sui vostri suggerimenti. Chiaramente il ministro del Lavoro Calderone, che voglio ringraziare davvero perché è una persona di una competenza straordinaria e di una capacità di lavoro straordinaria, è anche qui a vostra disposizione. 

Caporalato: qui la linea del Governo è tolleranza zero. Contro i caporali, e contro le organizzazioni criminali che molto spesso si nascondono dietro quei caporali e speculano sulla pelle delle persone, organizzazioni criminali che molto probabilmente non sono solamente straniere, Segretario Bombardieri, sono d’accordo. Quello che è successo ad Amendolara è un crimine abominevole che non deve prevedere alcuna clemenza. 

Qui parliamo di una battaglia di civiltà, che non ci stancheremo di portare avanti.

Potrei citare molti provvedimenti che abbiamo portato avanti in questi anni: abbiamo incrementato sensibilmente le ispezioni e abbiamo investito risorse importanti per premiare le imprese virtuose. Siamo intervenuti anche sul piano delle sanzioni, reintroducendo ad esempio il reato di somministrazione illecita di lavoro, fattispecie che in passato era stata depenalizzata, ma che si era rivelata molto diffusa, spesso dissimulata da contratti di appalto e distacchi fittizi.

Abbiamo poi introdotto la “condizionalità sociale” per le risorse della Politica agricola comune, stabilendo un principio semplice: puoi accedere ai contributi europei solo se rispetti le norme sui contratti di lavoro, sulla salute e sulla sicurezza del lavoro. Inoltre, se accedi e poi violi successivamente le norme, il contributo può esserti azzerato e richiesto.

Caro Segretario Bombardieri, cari amici della UIL, 

mi era ripromessa di essere breve, ma forse ho già parlato troppo ma gli spunti sono molti e non posso non affrontare seppur velocemente, tre punti che il Segretario Bombardieri ha sollevato nella sua relazione e che meritano una risposta.

Il primo è il tema della produttività del lavoro. Fondamentale per la nostra economia, per la competitività delle nostre imprese, per una crescita adeguata e strutturale dei salari. Perché aumenti salariali e produttività si alimentano a vicenda ed è necessario innescare questo circolo virtuoso. Ma, per farlo, bisogna investire - soprattutto in questo tempo - in innovazione, in ricerca e sviluppo, in formazione del capitale umano.

Significa cioè delineare una politica industriale che punti, allo stesso tempo, sulle filiere produttive tradizionali ad alto valore aggiunto e su quelle più innovative. È la strategia che stiamo cercando di portare avanti, tanto in Italia quanto in Europa, di Europa potrei parlare a lungo, ma non lo farò in questa occasione ma siamo d’accordo con voi sul fatto che il futuro del nostro Continente non è la desertificazione industriale, non è la dipendenza strategica dai nostri avversari sistemici, non è l’irrilevanza economica e quindi, inevitabilmente, anche politica. L’Europa può e deve guidare il cambiamento, partendo da tre ambiti decisivi: energia, ambito sul quale ci battiamo molto, abbiamo fatto anche alcuni importanti passi in avanti. Sul mix energetico non ci torno, Segretario Bombardieri siamo assolutamente d’accordo, quello su cui abbiamo lavorato per diversificare le fonti, diversificare le tecnologie per renderci il più possibile autonomi e anche il nucleare risponde a questa necessità perché con la riapertura della tecnologia del nucleare, chiaramente pulito e i piccoli reattori di nuova generazione possiamo ottenere due obiettivi: rendere più competitive le nostre imprese, è chiaro che con il costo dell’energia di oggi, i nostri lavoratori e le nostre imprese non competono ad armi pari; e l’autonomia: noi abbiamo già visto quanto sia pericoloso dipendere da scenari che non puoi controllare, da attori che non puoi controllare. Lo abbiamo visto durante la pandemia, lo abbiamo visto con la guerra d’aggressione russa contro l’Ucraina. Dobbiamo su questo avere il coraggio di fare le scelte che servono, per dire che questa Nazione non sceglierà di continuare a rischiare per non guardare il problema in faccia. Noi faremo quello che serve per dare a questa Nazione la libertà e l’autonomia che le sono necessarie per essere davvero competitiva. L’Europa può guidare il cambiamento su molti di questi settori: sull’energia, manifattura avanzata, intelligenza artificiale. 

E proprio perché l’intelligenza artificiale è destinata a diventare uno dei principali motori della produttività e della crescita, sarebbe un errore considerarla soltanto come una straordinaria opportunità tecnologica.

Ogni grande svolta della storia ha ampliato le possibilità dell’uomo. Il fuoco, la stampa, il motore a vapore, l’elettricità, internet, tutte rivoluzioni che hanno accresciuto la nostra capacità di costruire, comunicare, produrre.

L’intelligenza artificiale avrà molto probabilmente un impatto della stessa portata sulla storia, secondo me anche superiore in alcuni casi, ma rappresenta qualcosa di diverso. Perché per la prima volta non ci troviamo semplicemente di fronte a uno strumento che amplifica le capacità dell’uomo; ci troviamo di fronte a uno strumento capace di sostituire alcune delle funzioni più proprie dell’essere umano: la produzione della conoscenza, la capacità di decidere, la creazione di contenuti. 

Se la politica, se i corpi intermedi, se chi è ha responsabilità in questa Nazione e non solo,  decide di sottovalutare le responsabilità che ha di fronte a una rivoluzione di questa portata, di fatto rinunciare a governare la tecnologia per finire a essere governati da quella tecnologia. 

Vi cito tre rischi.

Il primo rischio riguarda la verità. Quando un sistema di AI produce un testo perfetto, coerente, convincente, ma inventato, chi è in grado di riconoscerlo? Non il cittadino comune. Non il giornalista. Non il tribunale. 

La democrazia funziona perché esiste un accordo minimo su cosa sia un fatto, su chi abbia il diritto di attestarlo, su dove ci si possa rivolgere per contestarlo. Quando quelle certezze vengono meno, non è semplicemente l'informazione a essere in pericolo: è la base comune di realtà che ci consente di discutere razionalmente dei problemi, e di governarli. Vivere in un mondo nel quale non si distingue più cosa sia vero da cosa sia falso è semplicemente rinunciare alla base della democrazia. Perché l’opinione non la genera chi sei, cosa dici e fai, ma quello che chi detiene il controllo della tecnologia decide di dire che sei, fai e dici. Per questo la trasparenza e la tracciabilità, battaglia che stiamo conducendo, dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale non sono un tema tecnico: sono una condizione per la tenuta delle nostre democrazie.

Il secondo rischio riguarda ovviamente il lavoro. Ogni rivoluzione industriale ha sostituito lavoro, ma si è trattato quasi sempre di lavoro fisico. Oggi no, oggi è l’intelletto a essere sostituito. Così, l’intelligenza artificiale rischia di colpire soprattutto le professioni cognitive, quelle competenze che rendono l’uomo indispensabile in ogni processo, quelle sulle quali si è costruita la forza della nostra classe media. Formare nuove competenze sarà indispensabile, ma sarebbe illusorio pensare che il solo reskilling possa risolvere ogni problema. E dovremo interrogarci su come garantire che la ricchezza continui a essere distribuita, su come preservare il valore sociale del lavoro, che non è soltanto una fonte di reddito, ma è anche dignità, identità e partecipazione alla vita della comunità. Perché il rischio di milioni di persone espunte dal mercato del lavoro, e di una ricchezza sempre più verticalizzata, concentrata e sempre più immensa, purtroppo, è reale. 

E poi, e di questo si parla pochissimo, c’è la questione della responsabilità. Oggi stiamo passando da strumenti che rispondono a comandi, ad agenti intelligenti capaci di pianificare e agire con sempre maggiore autonomia. Significa che l’intelligenza artificiale non smette di lavorare quando tu smetti di dargli gli input, continua a lavorare per centrare l’obiettivo che tu gli hai dato, coinvolgendo altri agenti e tutti i limiti che non gli sono stati specificati, sono limiti che non ha.  Ma in uno Stato di diritto non può esistere un potere senza responsabilità. Se una decisione presa da un sistema di intelligenza artificiale produce un danno, deve essere sempre possibile individuare un responsabile umano. E ve lo dico perché è un tema che io ho posto ai principali amministratori delegati delle società di AI e ai miei omologhi del G7 e che intendo tornare a porre. Purtroppo è quello l’ambito in cui queste decisioni e questi dibattiti vanno portati. Perché se noi scegliessimo semplicemente di iper regolamentare e di dare queste risposte a livello nazionale probabilmente non otterremmo niente. Otterremmo lo sviluppo dell’AI fuori dai nostri confini nazionali e problemi che non avremmo comunque risolto. 

Dopo avervi terrorizzato, sono convinta che il vero bivio non sia tra innovazione e regolazione. Il vero bivio è tra un’innovazione che rimane al servizio dell’uomo e un’innovazione che finisce per condizionarlo. La tecnologia deve essere uno strumento della libertà, non un fattore di dipendenza o di concentrazione del potere. Ed è questa la ragione per cui abbiamo bisogno di un autentico umanesimo tecnologico: un modello nel quale il progresso continui ad avere al centro la persona, i suoi diritti, il suo lavoro e la sua dignità. Spero che ci si possa lavorare insieme, voglio dirlo, spero ci si possa lavorare con profondità, a tutti i livelli perché se noi pensiamo di poter affrontare un dibattito sulle domande che io ho cercato di sintetizzarvi con i nostri schemi, con i nostri pregiudizi, con le nostre divisioni preconfezionate, Signori vi comunico che abbiamo già perso. Se riusciamo a farlo con un altro livello di profondità, siamo ancora in grado di fare la nostra parte e di dire la nostra. L’AI può essere uno strumento fondamentale di produttività. 

Ma investire in produttività significa anche porsi il problema di come aiutare le imprese a crescere. Ecco perché credo sia utile ragionare insieme su un regime fiscale agevolato che favorisca le aggregazioni e la staffetta generazionale. Perché io penso che essere “piccoli” debba essere una scelta consapevole, mentre chi intende crescere deve essere sostenuto e accompagnato, nel farlo. 

Il terzo punto che voglio toccare riguarda la futura sostenibilità del nostro welfare e della nostra spesa sociale, che rappresenta il tema dei temi, una delle principali sfide di scenario sulle quali - sono d’accordo con il Segretario Bombardieri – è necessario avviare una riflessione profonda. Perché tutti noi, in questa sala, siamo consapevoli che se non riusciremo in tempi brevi a ripristinare l’equilibrio tra la popolazione attiva e la popolazione che ha bisogno di assistenza non avremo più uno Stato sociale. Ed è questa consapevolezza ad averci spinto, in questi anni, ad investire, più di tutti i governi che ci hanno preceduto, sulla natalità, sulla famiglia, sulla conciliazione vita-lavoro, e soprattutto sull’occupazione femminile. Sono fiera che in questi anni abbiamo raggiunto il tasso di occupazione femminile più alto di sempre, 53,8% secondo i criteri ISTAT e 58% secondo i criteri Eurostat. Eppure, non possiamo e non dobbiamo accontentarci. Perché se solo l’Italia riuscisse a colmare il divario con la media europea di occupazione femminile, risolveremmo gran parte dei nostri problemi di crescita economica e soprattutto di sostenibilità previdenziale. Insomma, il futuro dell’Italia dipende dalle donne, e segnatamente dalle donne lavoratrici. Questa deve essere la nostra priorità. 

E quindi io penso che si debba avere il coraggio di affrontare in profondità la questione, che è anche di natura culturale – perché troppi messaggi devastanti sono stati veicolati in questi anni, e hanno finito per convincere molte persone che la famiglia, la prima forma di welfare della nostra società, sia obsoleta e che i figli siano un limite, un fardello, una scelta incompatibile con quella dell’affermazione. Su questo e sugli strumenti concreti che possiamo offrire occorre ragionare insieme, perché servono scelte efficaci. Penso che anche qui, la materia meriti e abbia bisogno di un confronto ad un altro livello di profondità. Ho ascoltato dal Segretario generale alcuni spunti su questa materia che considero molto interessanti e sono pronta ad approfondire. 

In conclusione, caro Segretario, cari amici, voglio lasciarvi con un messaggio semplice, che però in questi anni ha rappresentato la chiave di tante, piccole, rivoluzioni. La porta del Governo, la mia porta, rimarrà sempre aperta al confronto e alla proposta. Non la penseremo sempre allo stesso modo su tutto, come è giusto e naturale che sia, com’è bene che sia. Però io so che c’è una cosa sulla quale la pensiamo allo stesso modo, una cosa sulla quale non ci divideremo mai. La convinzione che il lavoro non sia il corrispettivo di una prestazione, ma il riconoscimento della dignità di una persona.

La dignità di chi si alza la mattina, manda avanti una famiglia, costruisce con le proprie mani, con i propri piccoli gesti, il futuro di questa Nazione. Voi avete scritto questo principio nei vostri documenti, lo avete difeso nelle vostre trattative, lo avete costruito con le vostre battaglie. Noi abbiamo tentato di declinarlo con i nostri provvedimenti. Ma tutti, ciascuno con il proprio ruolo e con la propria libertà, abbiamo lo stesso dovere: renderlo reale. Ogni giorno. Una Nazione è davvero forte solo quando chi lavora sa di non essere sola. E io voglio che l’Italia sia esattamente quella Nazione. 

Vi ringrazio. 

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L'intervento del Presidente Meloni al XIX Congresso della UIL

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Linha 6-Laranja é inaugurada sem conexão com a 7-Rubi, e passageiros terão de atravessar rua para fazer transferência

🇧🇷G1 (Globo)

Linha 6-Laranja será inaugurada a dois dias de restrição eleitoral e com operação reduzida