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Cerimonia di svelamento della Fiat Croma bianca sulla quale furono uccisi Giovanni Falcone e Francesca Morvillo

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Buonasera a tutti, e grazie dell’invito a questa cerimonia.

Grazie alla Professoressa Falcone, grazie alla Presidente Colosimo. Saluto ovviamente tutte le Autorità, saluto il Presidente Schifani, il Sindaco Lagalla. Saluto, abbraccio Lucia Borsellino e saluto e ringrazio tutti voi che siete qui.

Ora io ho come potete immaginare sono una persona abbastanza abituata a parlare in pubblico. Tuttavia, oggettivamente, anche per una veterana come me oggi non è facile prendere la parola qui dopo che con la professoressa Falcone abbiamo assistito allo svelamento di quello che resta della Fiat Croma Bianca, su cui il 23 maggio del 1992 viaggiavano Giovanni Falcone. Francesca Morvillo e Giuseppe Costanza. 

Perché l'emozione è penetrante, è tagliente, ti mette di fronte alla storia, alla storia quella con la S maiuscola, quella che è fatta di carne, che è fatta di sangue, che è fatta di fatti che cambiano il corso degli eventi, che cambiano la cultura di una Nazione, che cambiano il cammino di un popolo, che hanno determinato, è il mio caso, è il caso di molti che vedo qui anche la traiettoria della nostra vita, delle nostre scelte. 

34 anni fa l'Italia di colpo fu costretta a fare i conti con qualcosa che era spaventoso, ma che era anche un male che fino ad allora moltissimi avevano preferito fingere di non vedere, minimizzare, sottovalutare di cui, può sembrare assurdo per noi che ne parliamo oggi, ma è così, non si poteva neanche pronunciare il nome. In questa meravigliosa terra e non solamente in questa meravigliosa terra. E la strage di Capaci cambia tutto. Da quel momento in poi, nessuno ha più potuto accampare scuse, illudersi che il tema non esistesse, che il problema non lo risolvesse, fingere di non sapere o addirittura accettare di essere complice.

Da quel momento era chiaro a tutti che Cosa Nostra non era un'invenzione, non era qualcosa d'astratto, non era qualcosa di leggendario, era reale ed era disposta a tutto per portare avanti il disegno criminale sovversivo che aveva immaginato e cioè affermare che era più forte dello Stato, che poteva piegare le istituzioni ai propri biechi interessi, che il suo potere non conosceva limite e che quindi nessuno avrebbe potuto mettersi di traverso.

Giovanni Falcone era stato uno dei primi magistrati a portare la mafia in tribunale, che significa soprattutto darle un nome, che significa processarla, che significa dire che si poteva combattere quel male. Lo ha fatto senza paura, senza paura di fare nomi e cognomi, senza paura di inchiodare i mafiosi alle loro responsabilità, senza paura di denunciare anche la cappa di omertà che aveva fino a quel momento protetto crimini e affari, sbattere in faccia all'opinione pubblica verità che altrimenti sarebbero state taciute.

Ed è evidente che quindi, per cosa nostra, il Giudice Falcone meritava una punizione esemplare, la più feroce, la più violenta, perché quella punizione doveva essere un monito e doveva essere un messaggio: nessuno poteva sfidare la mafia. Solo che in quel caso Cosa Nostra ha fatto un enorme errore di valutazione: perché quella strage, che era concepita per intimidire lo Stato e piegare la coscienza degli italiani, produsse l'effetto diametralmente opposto, portò la gente a reagire: migliaia di cittadini che decisero di non voltarsi più dall’altra parte più dall'altra parte. E nacque così una nuova consapevolezza civile, la consapevolezza per cui combattere la mafia diventava una responsabilità condivisa, non era più solo compito delle forze dell'ordine: ne vedo qui tante di divise, li ringraziamo anche oggi e ogni giorno per il lavoro che fanno. Non era solo compito delle forze dell'ordine, non era solamente compito dei magistrati che pure ringraziamo per il lavoro che continuano con coraggio, con dedizione a portare avanti. Da quel dolore prese forza una mobilitazione che ha cambiato per sempre il rapporto tra gli italiani e la mafia perché gli italiani compresero esattamente allora che ognuno aveva la sua responsabilità in questa battaglia.

Quel pomeriggio del 23 maggio del 92, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo stavano tornando a casa, erano stati a Roma. Si erano messi in auto verso Palermo, avevano preso la macchina appunto a Punta Raisi dove erano atterrati - è il percorso che abbiamo fatto noi oggi - percorso che avevano fatto tantissime altre volte insieme agli agenti che li proteggevano: Antonio, Vito, Rocco, Giuseppe. Poi la storia la conosciamo. L'esplosione all'altezza dell'uscita di Capaci, l'autostrada collassa, i guardrail sono distrutti, le auto sventrate. Le macerie coprono ogni cosa. Immagini che noi conosciamo molto bene. Questa Fiat Croma è l'ultimo luogo che Giovanni Falcone e Francesca Morvillo hanno condiviso. Lui alla guida, lei al suo fianco come sempre.

Sono stati qui insieme per l'ultima volta e a me piace pensare che nonostante fossero consapevoli del rischio che correvano, in quell'occasione loro stessero facendo quello che probabilmente abbiamo fatto noi adesso, venendo in macchina: parlare, magari scherzare, magari pensare a che cosa si farà dopo, che cosa si farà domani, cose normali, abitudini di sempre. Perché Giovanni Falcone e Francesca Morvillo sono oggi per noi degli eroi però erano persone normali. Si comportavano come persone normali. Non si comportavano da eroi. Non si atteggiavano a idoli. Non volevano essere nient'altro che quello che erano persone per bene che sapevano distinguere il bene dal male, che facevano la propria parte al meglio delle proprie capacità, al meglio delle proprie possibilità. È l'insegnamento più straordinario che ci hanno lasciato. Gli eroi non sono persone dotate di poteri straordinari. Gli eroi sono molto più banalmente persone che, quando si è presentato il momento di dover scegliere e signori, capita a tutti nella vita quel momento. In molte vite capita più di una volta quel momento. Hanno saputo da che parte stare, hanno saputo quale fosse la strada giusta da imboccare, hanno scelto la strada giusta, quella apparentemente più facile. 

Ecco, io penso che questo è l'insegnamento che dobbiamo portare con noi. L'insegnamento che questi uomini e queste donne ci hanno lasciato.

Non è solo chi ha un grande potere che può condurre grandi imprese. Scriveva Tolkien che “sono le piccole mani che cambiano il mondo”, aveva ragione: le piccole scelte quotidiane, le piccole azioni quotidiane fanno la differenza, marcano continuamente il confine tra bene e male, tra ciò che è giusto, tra quello che è sbagliato. E allora la grande storia nasce da questi gesti semplici: è fatta del coraggio di Giuseppe Costanza, che testimonia con la propria vita cosa significa mettersi al servizio del prossimo, rischiare tutto per difenderla, e la tenacia di Tina Montinaro, che vedo, chiaramente abbraccio anche lei, grazie alla quale la Fiat Croma marrone, su cui viaggiava il marito Antonio insieme a Vito Schifani e Rocco Dicilio, continua il suo cammino è diventata un simbolo d'amore, è la forza di Maria Falcone, che con il Museo del Presente ha dato vita qui a Palermo a un luogo che è diventato il tempio della cultura e della legalità. Arte, design, fotografia trasformano la memoria in energia per cambiare il presente. 

Perché è vero che la memoria, come ci diceva il Presidente del museo, che ringrazio, è custodire il fuoco, non è adorare le ceneri, diceva prima, e io sono assolutamente d'accordo, e allora non c'è motivo di ringraziare né me né le altre istituzioni che hanno contribuito a questa iniziativa, chiaramente il sindaco, ma anche la regione, mi ricordava il presidente Schifani, perché noi non stiamo facendo altro che il nostro dovere. 

Tra pochi giorni ricorrerà l'anniversario della strage di via D’Amelio, prima Giovanni Falcone, poi, 57 giorni dopo, Paolo Borsellino. Due uomini, due amici: lo abbiamo visto, si vede benissimo in questa immagine, due persone che hanno avuto una vita accomunata anche nel loro destino terribile.

Due uomini che hanno conosciuto la solitudine, l'isolamento, alimentati talvolta persino da chi avrebbe dovuto aiutarli e sostenerli. Ma come dimostrano anche le più recenti indagini della Procura di Caltanissetta, emerse anche grazie al lavoro della Commissione antimafia, e voglio ringraziare tutti per questo, chi ha tramato nell'ombra è stato sconfitto. 

Oggi è l'eredità di Falcone e di Borsellino a parlare, anzi diciamo a gridare, squarciando quel velo di omertà e ipocrisia che per troppo tempo ha accompagnato la loro storia. 

Il testimone di Giovanni, il testimone di Paolo non è caduto.

E’ saldo nelle mani delle istituzioni, rappresenta un giuramento quotidiano che va, dal mio punto di vista, onorato con i fatti, e voglio dirlo in una giornata particolare nella quale voglio ringraziare la direzione distrettuale antimafia, il Procuratore De Lucia, per averci consegnato un'altra importante vittoria insieme alle forze dell'ordine delle istituzioni contro la criminalità organizzata. 

È un giuramento, dicevo, che va onorato con i fatti, difendendo e potenziando quella legislazione antimafia che porta il nome di questi eroi, che è diventata corretto, un modello a livello internazionale, ne sono personalmente testimone impedendo che anche un solo boss Lasci il 41 bis in assenza delle condizioni necessarie, costruendo una legislazione che salvi i bambini dalla condanna a crescere come mafiosi per colpa dei loro genitori, facendo in modo che nessun testimone possa essere lasciato solo, lavorando tutti insieme perché l'Italia non arretri di un solo passo nella lotta alla mafia, nella caccia ai criminali, ai latitanti, nella restituzione dei beni della criminalità ai cittadini e facendo più a piena luce sulle pagine ancora oscure di quei terribili anni della nostra storia.

Perché il popolo italiano ha diritto di conoscere la verità e ogni sforzo per raggiungerla deve essere sostenuto. Lo dobbiamo a noi, certo, ma lo dobbiamo soprattutto a loro.

A Giovanni, a Paolo, a Francesca, ad Antonio, a Vito, a Rocco, a Emanuela, a tutti gli eroi che sono caduti per mano mafiosa, uomini e donne che ci hanno insegnato che avere paura è umano, certo, ma che quando si lotta per difendere quello in cui si crede, il coraggio può essere molto più forte della paura. 

Il loro sacrificio ha acceso una fiamma - di speranza, di giustizia, di amore per l'Italia - che arde ancora oggi, che muove il nostro impegno quotidiano. Continueremo a fare la nostra parte con lo stesso impegno che abbiamo cercato di dimostrare finora per essere degni di loro e per essere insieme degni di questa Nazione meravigliosa. 

Grazie davvero a tutti per questa emozione che mi avete regalato.

Lingua
Italiano

Tipologia Pagina: 
Intervento

Codice video Youtube: 
0D3YvVeEtiA

Tipologia intervento: 
Intervento

Sottotitoli in inglese: ...

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